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Adolescenti e Intelligenza Artificiale: il 41,8% chiede conforto digitale

Da un'indagine di Save the Children, i giovani la usano non solo per gioco o per studiare, ma per chiedere aiuto e risposte ai loro disagi

by La Redazione

Quando l’algoritmo diventa confidente: perché gli adolescenti italiani parlano all’Intelligenza Artificiale

Hanno quindici, sedici, diciassette anni. Vivono in quella dimensione che Save the Children chiama “on-life”, dove il confine tra reale e digitale si è dissolto da tempo. E oggi, sempre più spesso, quando si sentono soli, confusi o tristi, aprono una chat. Non con un amico. Non con un genitore. Con l’Intelligenza Artificiale.

È il dato più sorprendente di Save the Children Italia ETS, nel XVI Atlante dell’Infanzia a rischio – Senza Filtri (2025), è che il 92,5% dei ragazzi tra 15 e 19 anni usa strumenti di IA. Uno su tre lo fa ogni giorno. Ma il vero punto di svolta è un altro: il 41,8% si rivolge all’IA nei momenti di tristezza, solitudine o ansia. E una quota simile – il 42% – chiede consiglio all’algoritmo per decisioni importanti. Quelle che riguardano le relazioni, la scuola, le scelte di vita.

Perché? La risposta è disarmante nella sua semplicità: l’IA è sempre disponibile, non giudica, sembra capire. È un rifugio immediato, soprattutto quando mancano il coraggio o la voglia di confidarsi con un adulto.

Intelligenza artificiale: da assistente virtuale a interlocutore emotivo

ChatGPT e i suoi simili non servono più solo per tradurre versioni di latino o riassumere capitoli di storia. Certo, quello resta l’uso principale: compiti, ricerche, semplificazioni. Ma accanto a questo, sta emergendo qualcosa di diverso. I ragazzi chiedono all’IA di chiarire dubbi esistenziali, di aiutarli nelle decisioni, di confrontarsi sulle emozioni. Le fanno domande su amicizie complicate, amori impossibili, conflitti familiari che non sanno come gestire.

Genitori: carenti le risposte e l’aiuto emotivo fondamentali alla crescita degli adolescenti

Il confronto con gli adulti è lampante: solo il 46,7% degli over 18 utilizza questi strumenti, meno della metà rispetto agli adolescenti. E l’uso quotidiano dei ragazzi è doppio rispetto a quello dei genitori. Non è solo una questione di dimestichezza tecnologica: è un divario culturale profondo. Per i giovani, la tecnologia non è uno strumento esterno, è parte della loro identità, una dimensione naturale della loro vita emotiva.

Il paradosso della solitudine connessa

L’adolescente che cerca conforto in una chat con l’IA ci racconta qualcosa di importante: non è “distaccato”, come spesso lo dipingiamo. Al contrario, cerca confronto, chiede aiuto, ha bisogno di orientamento. Solo che lo fa attraverso un canale che garantisce ascolto immediato, senza imbarazzo, senza paura del giudizio.

L’IA diventa così un ponte, non un sostituto. Un ponte che si attiva quando le figure adulte non riescono a essere presenti o a parlare la stessa lingua emotiva dei ragazzi.

Il divario di genere che pesa sul benessere

I dati dell’Atlante fotografano anche un’altra realtà: il benessere psicologico degli adolescenti è attraversato da forti disuguaglianze di genere. Il 60% dichiara di essere soddisfatto di sé, ma se si scava appena sotto la superficie, emergono differenze profonde. Il 71% dei ragazzi maschi si sente a posto con se stesso, contro appena il 50% delle ragazze.

E quando si parla di equilibrio psicologico, la forbice si allarga ancora: due ragazzi su tre mostrano stabilità emotiva, ma solo una ragazza su tre. È proprio in questo scenario di pressione sociale, ansia da performance e fragilità diffusa che l’Intelligenza Artificiale si inserisce come supporto informale, offrendo alle ragazze – che più di tutti vivono questo disagio – un ascolto che altrove faticano a trovare.

Il lato oscuro del digitale: cyberbullismo e relazioni fragili

Naturalmente, la vita online non è fatta solo di supporto e ricerca di risposte. Il nuovo Atlante non nasconde le zone d’ombra: il 47,1% degli adolescenti è stato vittima di cyberbullismo, un dato in crescita rispetto al 2018. Il 30% ha fatto “ghosting”, sparendo improvvisamente da relazioni digitali. Il 37%, in maggioranza maschi, frequenta siti pornografici.

Eppure, in mezzo a questi inciampi digitali, c’è un dato che resiste: gli amici restano un punto fermo. Oltre otto ragazzi su dieci sono soddisfatti delle proprie relazioni amicali. È il segnale che, nonostante tutto, il bisogno di connessione umana vera non si è spento.

Un grido d’aiuto che non possiamo ignorare

Questo fenomeno è un segnale d’allarme potente rivolto a genitori, insegnanti e istituzioni. Gli adolescenti stanno cercando ascolto, e se lo trovano in un chatbot significa che noi adulti non siamo stati abbastanza presenti, disponibili, credibili. L’Intelligenza Artificiale può essere un alleato temporaneo, ma non può – e non deve – sostituire il sostegno educativo e psicologico che solo le persone possono dare.

Non possiamo delegare a un algoritmo la responsabilità di crescere i nostri ragazzi. Quando un adolescente confida i suoi momenti più bui a una macchina, è il momento di fermarsi e chiedersi: dove eravamo noi? Il grido d’aiuto c’è, è chiaro, è urgente. E richiede una risposta immediata: più dialogo in famiglia, più presenza autentica, più supporto concreto da parte della scuola e delle istituzioni. Servono spazi di ascolto veri, psicologi scolastici accessibili, adulti formati per riconoscere i segnali di disagio prima che diventino voragini.

Trasformare la tecnologia in alleata: tre passi concreti

L’Intelligenza Artificiale non è né un nemico né un salvatore. È uno strumento. Può supportare, informare, accogliere. Oppure isolare, sostituire le relazioni reali, accentuare fragilità. La differenza la fa il modo in cui noi adulti accompagniamo i ragazzi.

Servono tre azioni semplici, ma decisive.
La prima è parlare: creare spazi di dialogo in famiglia e a scuola, senza giudizio e senza pregiudizi sul digitale. La seconda è educare alla cittadinanza digitale: non basta vietare o limitare, serve insegnare come funziona l’IA, come riconoscere rischi e opportunità, come chiedere aiuto quando serve davvero. La terza è rafforzare i servizi di salute mentale: secondo Save the Children, la domanda di supporto psicologico è in crescita costante. L’IA può essere una porta d’ingresso, non certo il punto d’arrivo.

Un messaggio, non un allarme

Il boom dei chatbot usati per cercare conforto non dovrebbe spaventarci. È un messaggio. Gli adolescenti ci stanno dicendo che desiderano ascolto, presenza, relazioni autentiche, adulti credibili. La tecnologia corre veloce, è vero. Ma la risposta, come sempre, è profondamente umana.

Fonti raccolte con I.A.

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