Un giovane su quattro della Generazione Z è a rischio. I numeri parlano chiaro, ma la vera sfida è capire cosa si muove dietro queste cifre – e cosa possono fare i genitori e la società.
C’è un dato, appena pubblicato, che mette in allerta le famiglie: in Italia, cinque milioni di persone sono a rischio dipendenza. Cinque milioni. E tra questi, i più vulnerabili sono proprio i giovanissimi, quelli che chiamiamo Generazione Z. Uno su quattro, dicono gli esperti riuniti in questi giorni a Roma per la VII Conferenza Nazionale sulle Dipendenze (7-8 novembre 2025), è esposto a situazioni problematiche legate all’uso di sostanze, ma non solo…
Alcol, fumo, droghe, social media, videogiochi…
Non stiamo più parlando solo di “droghe” nel senso classico del termine. Il quadro che emerge è molto più complesso, sfaccettato, e in un certo senso più insidioso. Perché accanto all’alcol e al tabacco – che da soli basterebbero a preoccupare, visto che tra i 18 e i 24 anni il 21,9% fuma abitualmente e più della metà di chi frequenta discoteche ha avuto almeno un episodio di ubriacatura – si affacciano prepotentemente le nuove dipendenze comportamentali. Social media, videogiochi, gioco d’azzardo: trappole silenziose che intrappolano la mente senza bisogno di una sostanza chimica.
Il fenomeno non risparmia nessuno, nemmeno le ragazze
C’è un altro dato che colpisce, forse ancora di più: negli ultimi dieci anni le dipendenze (alcol, fumo, droghe sintetiche) tra le donne sono aumentati dell’80%. Non si tratta più di un “problema maschile”, se mai lo è stato davvero. Le ragazze si stanno avvicinando alle sostanze – e ai comportamenti compulsivi – con una rapidità che ci impone di cambiare prospettiva. E di farlo in fretta.
Il Convegno di Roma ha messo in evidenza e nero su bianco quello che molti addetti ai lavori sussurravano da tempo: la vulnerabilità giovanile è alimentata da un ecosistema che amplifica il rischio. Lo stress, l’isolamento sociale (paradossalmente acuito dall’iperconnessione digitale), la mancanza di senso, la pressione costante. I ragazzi non sono “più deboli” di una volta: semplicemente, il contesto in cui crescono è più difficile da decifrare e da gestire.
Un problema non solo per genitori e insegnanti
Magari state pensando: «Io non ho figli adolescenti», oppure «I miei sono piccoli», o ancora «Non sono un insegnante». Eppure, se state leggendo un sito che parla di benessere, salute e teenager, questo tema vi riguarda eccome. Perché la prevenzione delle dipendenze non è una faccenda che si risolve con qualche campagna shock o con lo slogan “droga, no grazie”. È una questione di cultura, di relazioni, di comunità.
Quando costruiamo uno stile di vita sano – quando scegliamo di muoverci, di mangiare bene, di coltivare relazioni autentiche – stiamo creando un antidoto invisibile ma potentissimo. Stiamo mostrando, soprattutto ai più giovani che ci osservano, che esistono alternative concrete al malessere. Che si può trovare “sballo” nello sport, nella natura, in un progetto condiviso, in una passione vera. Non è retorica: i dati Istat confermano che l’uso precoce di sostanze (prima dei 15-17 anni) è spesso legato a contesti di solitudine e mancanza di prospettive.
Dalle parole ai fatti: piccole azioni, grandi effetti
Non servono grandi gesti eroici. Servono conversazioni vere con i ragazzi che abbiamo intorno – figli, nipoti, studenti, vicini di casa. Servono domande semplici: come stai davvero? Cosa ti piace fare? Cosa ti preoccupa? E serve ascoltare le risposte senza giudicare, senza minimizzare.
Significa anche tenere d’occhio le abitudini: quanto tempo passano online, se frequentano ambienti dove alcol e sostanze circolano facilmente, se mostrano segnali di disagio. Non per fare la “polizia”, ma per essere presenti. Per dire: ci sono, se hai bisogno.
E poi c’è tutto il lavoro di rete: la buona notizia – sì, c’è anche quella – è che le istituzioni si stanno muovendo. Il Dipartimento per le Politiche Antidroga sta aggiornando strategie e normative, puntando sulla prevenzione precoce e sul rafforzamento dei servizi territoriali. Consultori, associazioni, scuole: gli strumenti ci sono. Bisogna conoscerli e utilizzarli.
Non siamo impotenti, ma dobbiamo tenere alta la guardia
L’allarme che arriva da Roma non è un bollettino di guerra persa. È un invito a prendere coscienza, a non voltarsi dall’altra parte. Un giovane su quattro a rischio significa anche tre su quattro che hanno chance concrete di crescere bene, se attorno a loro trovano adulti consapevoli, comunità attente, opportunità vere.
La prevenzione parte da qui: dal nostro modo di vivere, dalle relazioni che coltiviamo, dall’esempio che offriamo. Perché prendersi cura della propria salute – fisica e mentale – non è mai solo una faccenda personale. È un gesto che si irradia, che crea cultura, che protegge chi verrà dopo di noi.
E questa, forse, è la migliore forma di benessere che possiamo costruire!
Fonti:
- ISTAT – Indagine conoscitiva sulle dipendenze patologiche diffuse tra i giovani
- Dipartimento Politiche Antidroga – Relazione al Parlamento 2025
- Dipartimento di Epidemiologia SSR Lazio – Rapporto Dipendenze 2025
- Il Fatto Quotidiano – “Generazione Z, 1 su 4 a rischio dipendenza”
- Università Roma 1 – “Dipendenze giovanili: dimensioni del fenomeno