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Tumore e attività fisica: muoversi riduce recidive e mortalità

Dagli studi NEJM a JAMA: l’esercizio migliora cure e sopravvivenza. Ma solo il 7% dei pazienti lo pratica davvero

by La Redazione

Tumore: l’attività fisica entra nelle cartelle cliniche

Per anni ai pazienti oncologici è stato detto, più o meno esplicitamente, di fermarsi. Riposare. Conservare energie. Oggi quel paradigma si sta sgretolando sotto il peso delle evidenze scientifiche.

Muoversi durante e dopo un tumore non solo è possibile, ma può fare la differenza. E non è una suggestione: studi pubblicati su riviste internazionali come The New England Journal of Medicine e JAMA Network Open dimostrano che l’attività fisica migliora la qualità di vita, riduce ansia e depressione e può incidere anche sugli esiti clinici, dalla risposta alle terapie al rischio di recidiva.

Quando il movimento diventa parte della terapia

Oggi esiste una disciplina precisa che studia questi effetti: si chiama exercise oncology. E il concetto è semplice quanto rivoluzionario: l’esercizio fisico non è più solo prevenzione o supporto, ma parte integrante della cura.

“L’exercise oncology è una disciplina relativamente recente che considera l’attività fisica non solo come raccomandazione di benessere ma come parte integrante del percorso terapeutico”, spiega il dottor Fotios Loupakis, oncologo e ricercatore, Presidente dell’associazione Kiss.  “L’attività fisica, per chi sta affrontando il percorso oncologico, agisce su più livelli, ad esempio: aumenta la probabilità di guarigione e sopravvivenza dopo una diagnosi di tumore e riduce il rischio di recidiva nei pazienti che hanno già affrontato la malattia, agendo sulla cosidetta prevenzione terziaria”.

Inoltre, “per chi si sottopone a cure oncologiche, l’esercizio può migliorare la tollerabilità delle terapie e contribuire a ridurne gli effetti collaterali, con un impatto diretto sull’efficacia delle cure” sottolinea l’esperto. Ma non solo, “l’attività fisica contribuisce a rafforzare la funzione del sistema immunitario e a potenziare i muscoli, che svolgono un ruolo fondamentale, favorendo la produzione di sostanze protettive e contrastando infiammazione e debilitazione generale”.

I numeri che non si possono ignorare

A dare concretezza a questa visione sono i dati: il trial CHALLENGE, pubblicato nel 2025 sul New England Journal of Medicine, ha mostrato che un programma strutturato di esercizio nei pazienti con tumore del colon riduce del 37% il rischio di morte e del 28% quello di recidiva.

E non è un caso isolato. Un’analisi recente su sette diversi tipi di tumore, pubblicata su JAMA Network Open, evidenzia che le persone fisicamente più attive – prima e dopo la diagnosi – hanno un rischio significativamente più basso di mortalità. Eppure, nonostante tutto questo, solo il 7% dei pazienti oncologici pratica attività fisica in modo regolare.

Occorre un cambio culturale

Il motivo è anche culturale. Per decenni si è pensato che il riposo fosse la scelta più sicura. “Oggi sappiamo che non è così: l’esercizio è una sorta di terapia mirata che favorisce i tessuti sani a sfavore di quelli con cellule tumorali e può rappresentare un’opportunità concreta di supporto al percorso di cura”, sottolinea la dottoressa Francesca Lanfranconi, medico dello sport e ricercatrice in fisiologia dell’uomo. Presidente Associazione Medico Sportiva di Lecco. “Ad oggi, disponiamo di numerose evidenze scientifiche che dimostrano come l’esercizio fisico sia in grado di migliorare vari aspetti della vita di pazienti con un tumore. Tra i più importanti: lo studio pubblicato su JAMA che ha preso in esame persone con ben sette diversi tipi di neoplasia (vescica, rene, cavità orale, plomone, retto, endometrio e ovaio) che ha evidenziato come le persone fisicamente più attive, sia prima che dopo la diagnosi, presentino un rischio significativamente più basso di mortalità. Si è visto anche che, nelle persone con tumore al polmone e del retto, il passaggio da uno stile di vita sedentario a uno attivo dopo la diagnosi è risultato associato a una riduzione del rischio di morte per tumore”, sottolinea l’esperta.

Da sottolineare, secondo la dottoressa Lanfranconi, i meccanismi attraverso cui il movimento agisce sull’organismo: “l’attività fisica stimola il metabolismo ossidativo e indirizza ossigeno e nutrienti verso i tessuti sani, sottraendoli alle cellule tumorali che hanno un alto tasso di consumo energetico”.  Per questo, continua l’esperta: “Diffondere consapevolezza è fondamentale, perché esiste ancora una forte barriera culturale: per lungo tempo si è pensato che chi avesse un tumore dovesse soprattutto riposare, anche nei periodi di chemioterapia, come se il riposo fosse di per sé curativo. Oggi sappiamo che non è così”.

Attività fisica sì, ma “adattata”

Attenzione però: non esiste un unico modo di muoversi valido per tutti.
“Si parla di attività fisica adattata, costruita su misura in base alle condizioni cliniche e alle caratteristiche della persona”, spiega la dottoressa Alice Avancini, ricercatrice e chinesiologa del dipartimento di Neuroscienze Biomedicina e Movimento dell’Università di Verona. “La personalizzazione parte da una valutazione clinica e funzionale del paziente, con obiettivi progressivi e un monitoraggio costante per favorire l’adesione e la continuità nel tempo”.

Non è fitness generico, quindi, ma un intervento strutturato e supervisionato, con benefici documentati anche sul piano psicologico e funzionale, che ha l’obiettivo di migliorare le capacità cosidette salute-correlate, come la composizione corporea, la forza muscolare e la capacità cardiovascolare. Insomma, un programma “fitness” studiato ad hoc che agisce positivamente sulla qualità di vita dei pazienti.


Dalla teoria alla pratica: il ruolo di Be Active Lab

Per tradurre queste evidenze in strumenti concreti nasce Be Active Lab, piattaforma digitale sviluppata da Amgen (azienda che sviluppa e produce terapie innovative per pazienti con le patologie più gravi) insieme a un board multidisciplinare di esperti. Il portale mette a disposizione contenuti informativi validati e circa 70 video-esercizi su forza, mobilità e respirazione, adattabili in base alle condizioni del paziente e utilizzabili anche a casa, sempre previo confronto con il proprio medico.

L’obiettivo è chiaro: rendere l’attività fisica accessibile, sicura e integrata nel percorso di cura.


La voce di chi ci è passato

Accanto ai dati, resta fondamentale l’esperienza diretta. Come per Ivan Basso, ex campione di ciclismo e vincitore del Giro d’Italia 206 e 2010. “Ho scoperto di avere un tumore al testicolo dopo una caduta in gara, durante la quinta tappa del Tour de France nel 2015. Ho dovuto abbondonare la carriera da corridore professionista, ma non ho mai abbandonato lo sport: è stato prezioso in ogni fase del mio recupero e continua a esserlo ancora oggi”, racconta il campione di ciclismo. “È stato un ritorno graduale, ma decisivo per ritrovare equilibrio, forza e fiducia”.

Un punto che spesso sfugge nelle statistiche: il movimento non agisce solo sul corpo, ma anche sulla percezione di sé, sull’umore, sulla capacità di affrontare la malattia.


Il punto finale

Le evidenze ormai sono chiare: l’attività fisica non è un’aggiunta opzionale, ma una componente del trattamento oncologico.  Il problema, oggi, quindi non è dimostrare che funziona. È fare in modo che venga davvero prescritta, spiegata con cura e praticata davvero. Ma occorre, secondo gli esperti, un cambio di paradigma, che richiede un’evoluzione culturale all’interno del mondo medico e dei pazienti; solo il 7%  si muove.
La buona notizia è che, oggi, abbiamo un alleato in più per combattere i tumori!

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