Uno studio pubblicato su Nature Neuroscience individua nella microglia e nello stress dei mitocondri un possibile nuovo bersaglio terapeutico. Non si tratta ancora di una cura, ma di un passo avanti che potrebbe aprire la strada a nuove strategie per rallentare la neurodegenerazione.
La ricerca scientifica compie un altro passo verso la comprensione delle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Uno studio internazionale pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience, coordinato dall’Institut Imagine di Parigi con la collaborazione dell’Università degli Studi di Milano e della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta, ha identificato un nuovo meccanismo che potrebbe contribuire alla progressione di queste patologie.
Il ruolo della “squadra di manutenzione” del cervello
I protagonisti della ricerca non sono i neuroni, ma la microglia, le cellule che controllano lo stato di salute del cervello, eliminano i detriti cellulari e aiutano a mantenere l’equilibrio del sistema nervoso.
Gli studiosi hanno osservato che quando i mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, non riescono più a gestire correttamente alcune proteine, la microglia entra in uno stato di stress persistente. Con il tempo queste cellule modificano il proprio metabolismo, comunicano meno efficacemente con neuroni e altre cellule cerebrali e possono favorire infiammazione cronica e senescenza cellulare, uno dei processi associati all’invecchiamento del cervello.
Perché è una scoperta importante
La ricerca non significa che oggi sia possibile bloccare la senescenza delle cellule nervose. Gli esperimenti sono stati condotti su cellule umane coltivate in laboratorio, organoidi cerebrali e modelli animali.
Il risultato, però, è importante perché identifica un nuovo bersaglio su cui sviluppare future terapie. Comprendere come nasce questo stato di stress nella microglia potrebbe infatti consentire di progettare farmaci capaci di limitare l’infiammazione e rallentare alcuni dei meccanismi che accompagnano la neurodegenerazione.
“Questo studio mostra come un meccanismo cellulare normalmente deputato alla protezione dei mitocondri possa, se attivato in modo cronico nella microglia, contribuire a creare un ambiente sfavorevole per il tessuto nervoso”, spiega Dario Brunetti, ricercatore dell’Università degli Studi di Milano e della Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta.
Secondo Brunetti, i risultati aiutano a comprendere meglio il legame tra alterazioni dei mitocondri, infiammazione e malattie neurodegenerative, confermando anche il valore dello studio delle malattie rare per comprendere processi biologici molto più diffusi.
Una strada promettente per il futuro
Anche Michela Deleidi, coordinatrice dello studio presso l’Institut Imagine di Parigi, sottolinea l’importanza della scoperta.
“La microglia è sempre più riconosciuta come un elemento centrale nei processi di invecchiamento e neurodegenerazione. Comprendere questi meccanismi potrà contribuire a individuare nuove strategie mirate alle componenti cellulari e metaboliche coinvolte nelle malattie neurodegenerative.”
In altre parole, non siamo ancora di fronte a una terapia, ma a una conoscenza molto più precisa dei meccanismi che fanno “invecchiare” il cervello. Ed è proprio da queste scoperte che, negli anni, possono nascere i trattamenti del futuro.
Fonte scientifica: Nature Neuroscience, 15 luglio 2026.